L’impresa sociale può contribuire a risolvere i problemi del sistema di welfare?

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come-costruire-un-muro-di-sostegno_87f1926a839fd5a2fffda07ecc38f0e0A fronte del restringimento del perimetro dell’intervento pubblico nel campo dei servizi di welfare (sanità, assistenza e previdenza in particolare), il sistema delle imprese ha fornito alcune risposte, attraverso l’offerta di servizi rivolti ai propri dipendenti. Queste iniziative (sanità integrativa, welfare aziendale, fondi pensione di categoria o aziendali) rappresentano tuttavia una soluzione parziale, soprattutto in relazione all’ambito di applicazione: esse, infatti, riguardano principalmente i lavoratori dipendenti di imprese medio-grandi, con contratti a tempo indeterminato.

Esiste, invece, una vasta e crescente platea di cittadini che non possono accedere a questi benefici, vuoi perché i loro datori di lavoro non sono in grado di fornirli, vuoi perché hanno vite professionali discontinue. Si tratta dei dipendenti di piccole o micro imprese, di lavoratori autonomi, di professionisti non iscritti ad albi, di lavoratori precari.

La loro posizione è aggravata dal fatto che si tratta di soggetti disabituati alla ricerca di soluzioni collettive, scarsamente aggregati in corpi intermedi in grado di mediare con il sistema di offerta. Molti di costoro, peraltro, sono giovani, culturalmente, quasi “antropologicamente” impreparati a pensare ai rischi connessi alla vecchiaia, in quanto i loro genitori non hanno mai vissuto il tema del welfare come un problema (per loro era, e in larga misura rimane, una certezza) e non hanno trasferito l’attitudine a programmare l’accumulo di risparmio e di risorse per coprire i rischi futuri. In buona sostanza, una quota significativa di un’intera generazione manca di un adeguato grado di consapevolezza su quanto il sistema di welfare pubblico sarà in grado di offrire loro e non conosce (in molti casi, perché non esistono) degli strumenti per far fronte al probabile disagio in cui si troveranno.

Queste questioni sono state affrontate in un workshop organizzato da Avanzi nell’ambito di un progetto europeo coordinato dal sindacato italiano CISL. In particolare, l’analisi che abbiamo svolto ha presentato una serie di casi, più o meno innovativi negli obiettivi, negli strumenti o nelle formule di parternariato.

Sono stati distinti tre gruppi di iniziative:

  • il welfare aziendale, che rappresenta il livello intermedio in cui subentrano nuovi attori (le aziende), in grado di integrare l’offerta pubblica attraverso una serie di servizi che permetta alle persone di conciliare vita, famiglia e lavoro, risparmiando tempo e denaro;
  • il welfare territoriale, il cui “core” consiste nel destinare una parte degli utili netti delle aziende (generalmente PMI) per obiettivi di welfare del territorio (dell’assistenza agli anziani e della qualità dei servizi), anche a beneficio della creazione di nuovi posti di lavoro nel terzo settore a livello locale. Mette al centro i bisogni locali e proprio sul territorio favorisce la collaborazione tra diversi attori del pubblico, del privato e del privato sociale perché possano dare risposte efficaci a bisogni crescenti;
  • servizi di welfare promossi da “social business” – in particolare in forma di cooperative o imprese sociali, in grado di offrire soluzioni efficienti e flessibili, concertate direttamente con gli stakeholder, e dunque a maggior valore sociale.

I casi presi in considerazione sono solo una selezione parziale e non sistematica delle innumerevoli iniziative realizzate nei paesi europei. Alcuni elementi comuni, tuttavia, permettono delle prime considerazioni di carattere generale:

  • il welfare aziendale non è una novità. Anzi, spesso è arrivato prima di quello pubblico. La differenza con quello moderno è che, mentre in passato si trattava di iniziative filantropiche e paternalistiche, oggi è il risultato di una negoziazione matura con diversi stakeholder. Di conseguenza, dove il livello di sindacalizzazione è basso o la qualità del dialogo sociale è scarsa, il livello di copertura dei servizi è basso o comunque disomogeneo;
  • le iniziative di welfare aziendale non possono risolvere i problemi derivanti dal ritiro del welfare pubblico. Paradossalmente,  potrebbero finire con l’enfatizzarlo, visto che i beneficiari sono lavoratori già protetti;
  • la creazione di reti di piccole imprese rappresenta una prospettiva interessante, ma difficile da realizzare senza una forte leadership, incarnata da un soggetto pubblico o privato;
  • fino ad oggi, il terzo settore ha giocato un ruolo tutto sommato marginale. Con poche eccezioni, si è limitato a fornire servizi progettati da altri;
  • la maggioranza delle forme di welfare integrativo è stata finanziata da fonti tradizionali. La comunità finanziaria non è mai stata coinvolta. Strumenti finanziari innovativi (come i Social Impact Bond) sono da un lato molto complessi e costosi e, dall’altro, più adatti a sostenere progetti specifici che un sistema articolato destinato a durare nel tempo.

Ciò detto, il problema è come passare da un sistema in cui le iniziative di welfare integrativo è quasi totalmente volontaristico a un quadro coerente e stabile che generi diritti di cittadinanza e non solo generose concessioni per i più fortunati. Anche qui, alcune considerazioni in ordine sparso, per cominciare ad affrontare la questione:

  • quello in cui ci muoviamo è lo spazio tipico delle politiche pubbliche. Senza una strategia articolata, potremo al più continuare a censire casi di buona pratica, isolate le une dalle altre e con un impatto aggregato modesto;
  • i decisori politici,  perciò, hanno un ruolo fondamentale, a livello sia europeo sia nazionale sia locale. Questo è uno degli ambiti in cui la strategia di Lisbona può essere percepita come qualcosa di reale per i cittadini. Se i governi non possono più essere i fornitori monopolisti dei servizi di welfare, possono diventare dei facilitatori di processo, dei coordinatori, degli abilitatori, dei catalizzatori delle risorse che un territorio esprime;
  • tra le leve di politica pubblica più efficaci, quella fiscale sembra essere la più efficace. Le condizioni che garantiscono la sostenibilità economica di un’iniziativa di welfare privato possono essere assicurate anche creando degli incentivi e dei premi;
  • progettare e gestire sistemi di welfare integrativo non è solo una questione di incontro tra domanda e di offerta. Ha a che fare col tipo di società che vogliamo. L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di creare una comunità coesa e resiliente, con legami forti tra gruppi sociali e generazioni diversi;
  • per questi motivi, valorizzare la funzione del terzo settore e dell’impresa sociale nello specifico è un fattore critico di successo di ogni strategia politica. Ogni qualvolta l’oggetto della transazione è un bene relazionale, la presenza di motivazioni intrinseche tra i drivers che muovono gli attori fa la differenza. I soggetti del terzo settore sono (o dovrebbero essere) orientati da valori ideali, organizzati democraticamente e quindi più capaci di produrre capitale sociale. Inoltre, l’assenza di obiettivi di massimizzazione del profitto disinnesca la minaccia di conflitti permanenti tra gli stakeholder;
  • la partecipazione allargata è un tema chiave. Forse non sempre una condizione necessaria, ma comunque un fattore che rafforza la qualità e la stabilità nel tempo di ogni progetto di welfare integrativo. Per partecipazione allargata intendiamo un modello che superi la logica delle relazioni industriali classiche (impresa vs sindacato) e che vada nella direzione di un coinvolgimento di tutti i rappresentanti degli interessi (in particolare, gli utenti).
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