Le cascine urbane di Milano, laboratorio di innovazione sociale

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Il Comune di Milano ha da poco emanato un avviso pubblico per “l’acquisizione di manifestazioni di interesse contenenti soluzioni tecnico-gestionali per il recupero e la valorizzazione di 16 cascine presenti nel territorio comunale”.

Si tratta di una chiamata a carattere conoscitivo con lo scopo di far emergere le progettualità, più o meno articolate, che la cittadinanza sta sviluppando su queste 16 cascine.

I risultati di questa fase saranno propedeutici alla stesura di veri e propri bandi pubblici specifici per ogni immobile.

Partecipare è dunque molto importante per aiutare il Comune a costruire bandi che siano reali opportunità per chi vuole “investire” nel recupero di questo “bene comune”.

Chi avesse progettualità, è invitato a mandarle in Comune entro il 18 gennaio 2013, con la libertà di decidere se renderle pubbliche.

Il Comitato Cascine Milano 2015, di cui Avanzi è socio dal 2011, ha organizzato un percorso di in-formazione tra dicembre e gennaio per aiutare i soggetti collettivi che hanno qualche tipo di interesse a presentare al meglio le loro idee. Sul sito www.cascinemilano2015.org tutte le info.

In questi giorni è anche possibile visitare le 16 cascine, in base a questo calendario di visite.

Il percorso immaginato dal Comune di Milano è una grande opportunità per la città, a patto che esso segni una profonda discontinuità con il passato.

Raccogliere le progettualità, esistenti o in fieri, è un primo passo necessario, ma non sufficiente, da parte dell’istituzione comunale per dotarsi di una visione strategica, partecipata e innovativa con cui affrontare il tema “Cascine” per permettere una effettiva espressione delle grandi potenzialità di questo patrimonio collettivo, in vista di Expo Milano 2015, ma soprattutto dopo.

Il Comune di Milano è infatti proprietario di circa 60 cascine centenarie: alcune a uso agricolo (es. Cascina Campazzo), altre in un contesto agrario ma non più usate per la produzione (es. Cascina Linterno), altre completamente urbanizzate, come la ormai celebre Cascina Cuccagna, da anni interessata da un faticoso ma bellissimo esperimento pilota di recupero, strutturale e di “senso” per la cittadinanza.

In alcune cascine abitano famiglie di agricoltori che oggi stanno iniziando ad aprirsi alla multifunzionalità (es. riso + fattoria didattica + agriturismo); altre sono presidiate e difese da realtà storiche della società civile milanese: ordini di suore, organizzazioni di volontariato e anche un centro sociale (Cascina Torchiera). Ne consegue che anche le forme giuridiche di rapporto tra proprietà comunale e “abitanti” siano molto diverse e a volte assenti.

Molte delle cascine sono in grave stato di deterioramento, alcune in parziale o totale abbandono, con rischi per l’ordine pubblico, l’igiene e la sicurezza (es. Cascina Sella Nuova).

Su tutte, indistintamente, si concentrano attività e\o interessi, recenti o di lunga data, a volte confliggenti, di comitati di quartiere, gruppi di appassionati, grandi organizzazioni non profit, soggetti privati profit e player immobiliari, consigli di zona, ecc.

Si tratta di uno straordinario patrimonio di “biodiversità” sociale, economica e culturale, di sperimentazioni collettive e individuali, di partecipazione diffusa e welfare privato, di tradizioni secolari e di attivismo giovanile. Il tutto nato grazie ad un asset di proprietà pubblica per anni ignorato – per fortuna – dai principali interessi perché considerato assolutamente “marginale”.

Ma oggi le cose sono cambiate, da molti punti di vista…

Da questa mappa si nota subito come il “sistema” delle cascine del Comune di Milano costituisca una “corona” attorno al centro che marca geograficamente il passaggio tra la città e la campagna, tra urbano e rurale, tra produzione e consumo di cibo, ecc.

Due mondi separati dall’affermarsi della rivoluzione industriale e del modello di sviluppo capitalistico, oggi profondamente in crisi.

Negli ultimi anni, grazie alle ricerche di Multiplicity, al lavoro del Comitato, alle resilienza di esperienze come Cascina Cuccagna, Parco delle Cave o gli Amici di Cascina Linterno –  ma anche grazie a progetti come Cento Cascine, Nutrire Milano di Slow Food e alla svolta “locale” di Coldiretti, all’attenzione crescente sul tema del recupero degli spazi pubblici – le cascine hanno calamitato sempre più l’opinione pubblica, ponendosi al centro del dibattito politico di Milano. (Forse anche oltre l’effettivo peso del tema rispetto alle sfide di Milano.)

La questione è che il “successo” delle cascine rappresenta oggi plasticamente alcuni bisogni fondamentali fortemente collegati alla crisi: l’identità, la comunità locale, il ritorno alla natura, la semplicità.

Milano oggi scopre di avere tanti piccoli presidi “dal basso”, diffusi su tutto il suo territorio e sopravvissuti alla crescita di case, industrie e centri commerciali, attivi quotidianamente su alcune delle principali fratture che caratterizzano l’attuale crisi: filiere corte e educazione alimentare, coesione sociale e accoglienza a soggetti svantaggiati, aggregazione giovanile e servizi low cost per la cittadinanza, sostenibilità ambientale e partecipazione, accesso alla cultura e interculturalità, volontariato e comunità di pratiche e di lavoro.

Un vero e proprio giacimento di innovazione sociale che va sostenuto, promosso, condiviso, diffuso, replicato, ascoltato. In sintesi messo in grado di esprimere appieno tutte le sue potenzialità rispetto al miglioramento delle condizioni di vita dell’intera cittadinanza, ma anche rispetto alla conservazione delle stesse cascine.

La crisi, infatti, significa oggi anche “patto di stabilità” e tagli alla spesa pubblica, mentre il recupero e il mantenimento di una singola cascina necessitano spesso svariati milioni di euro…

Una situazione che sembra rendere inutile qualsiasi progettualità sistemica e di lungo termine.

Ma è proprio qui che si vedrà “la nobilitate” del Comune del Milano: quanto la macchina comunale sarà in grado di innovare sé stessa per essere capace di trasformare i vincoli in opportunità?

Il Comune di Milano dimostra di aver capito che è dall’ascolto che possono emergere spunti e proposte per valorizzare il “sistema cascine”.

Ma non basta.

Per dare reale possibilità alla rete delle Cascine di diventare centri strategici di aggregazione sociale e di produzione materiale e immateriale, e di entrare a far parte dell’immaginario collettivo di Milano, sarà necessario:

  1. dar vita ad una sola delega chiara e piena assegnata ad una cabina di regia unitaria tra i tanti assessorati coinvolti, a partire dall’agricoltura (Stefano Boeri) e dall’urbanistica (Ada De Cesaris)
  2. massimizzare la semplificazione burocratica e flessibilità progettuale, soprattutto rispetto alla sostenibilità economica (durata della concessione, canoni d’affitto, presenza di attività commerciali, ecc.)
  3. organizzare processi partecipativi su ciascuna cascina per mettere in dialogo il quartiere con le progettualità raccolte, evitando soluzioni calate dall’alto e fuori contesto
  4. premiare un mix funzionali molto vari, che integrino interesse pubblico e investimenti privati, economici e non
  5. dare vita a nuove esperienze di governance pubblico-privato del bene nella sua interezza (co-gestioni, rapporti di reciprocità tra soggetti coinvolti, corvèe gratuite di comunità)
  6. analizzare le potenzialità di esperienze di fundrising e azionariato diffuso in questo contesto
  7. cogliere al massimo le opportunità collegate ad Expo Milano 2015 (es. compensazioni, percorsi turistici di prossimità, promozione dell’evento verso la cittadinanza, ecc.)

Un grande rischio, infine, sarebbe accontentarsi che il percorso iniziato conduca alla nascita di uno o più singoli progetti su altrettante cascine.

E’ ormai evidente, da un punto di vista politico prima che economico, che la PA oggi non è più in grado di leggere, disegnare e programmare le dinamiche sociali contemporanee.

Ma questo non può significare rinunciare al suo ruolo istituzionale di soggetto responsabile di indicare una prospettiva collettiva per il futuro. E di strutturare risorse e competenze per raggiungerlo.

Il Comune di Milano ha oggi l’opportunità di fare della “partita cascine” un esperimento pilota di costruzione collettiva di politiche strategiche di lungo periodo. Partendo dalla valorizzazione del protagonismo sociale, il Comune può dar vita ad un processo aperto, pubblico e facilitato, ma gestito in prima persona nel ruolo di promotore, facilitatore dei processi\conflitti e soprattutto decisore ultimo in quanto garante dell’interesse collettivo e responsabile legale.

In questo percorso troverebbero integrazione molti altri “cantieri” strategici collegati: sviluppo Parco Sud, “conversione ecologica” di Milano Ristorazione, strategia di raccolta differenziata, valorizzazione dei mercati rionali, nuove strategie di marketing territoriale, Ortomercato e logistica di prossimità, ecc.

Una sfida ambiziosa, degna dei tempi che viviamo, per dar vita ad un “Distretto Culturale-rurale delle Cascine Milanesi”: un vero e proprio eco-sistema economico, ambientale e sociale che abbia nelle cascine il suo centro gravitazionale, operativo e simbolico, ma la cui funzione sia portare Milano nel XXI secolo.

 

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