Segnali di Futuro: qualche conclusione

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2015-03-06 16.43.31

Durante la tre giorni in Triennale si sono alternati momenti di presentazione di pratiche, di discussione di ipotesi, di intervento e sollecitazione da parte di alcuni osservatori e attori esterni.

Torniamo a casa con tanti spunti, alcuni punti fermi, molte idee su come proseguire questo lavoro. Incoraggiati da tanti riscontri positivi e molta voglia di trovare risposte, anche parziali, al quesito: e ora che succede?

Cosa è emerso

1. Il primo elemento, piuttosto inequivocabile, è che le pratiche mappate e molte altre che mapperemo nelle prossime settimane, sono effettivamente Segnali di Futuro. Ancora fragili ed embrionali, non codificabili, di piccola scala, i segnali sono stati considerati segnali di futuro perché parlano di una città che verrà, di persone che cercano, e spesso trovano, risposte innovative a problemi emergenti, di gruppi – raccolti in impresa, associazioni, fondazioni o semplicemente ancora informali – che dimostrano una capacità straordinaria di coesione e di sviluppo di partenariati complessi. Un ulteriore elemento, che ha facilitato il nostro lavoro di interpretazione, è la capacità dei promotori di riflettere, di leggere con il senno di poi e di attivarsi con la dissennatezza del prima (come ripetuto in varie occasioni).

2. Il secondo elemento riguarda la validazione delle ipotesi che il gruppo di lavoro di Avanzi ha progressivamente elaborato, dall’inizio di gennaio, con un arricchimento costante che ha avuto il suo culmine nella tre giorni in Triennale. Le ipotesi, che verranno pubblicate dalla prossima settimana, ci accompagneranno a lungo nella ricerca, nei dibattiti, nella costruzione di reti.

3. Il terzo punto riguarda la necessità di rafforzare e diffondere i Segnali di Futuro. Una prima necessità riguarda le pratiche come individuate e lette oggi: durabilità, autosostentamento eventuale scalabilità. Ma la discussione ha indicato soprattutto quanto sia importante la contaminazione, la gemmazione e la di crescita dimensionale delle pratiche. Queste indicazioni sono in parte puramente analitiche, ma sono anche emerse, con diversi toni e declinazioni, come evoluzioni auspicate. E quindi non è solo in gioco la sopravvivenza di questi segnali, ma la possibilità che questi segnali determino un futuro per un numero rilevante di persone.

4. Il quarto elemento, corollario del precedente, riguarda le condizioni abilitanti. Quali attori (abilitatori) e quali leve possono permettere una rapida diffusione e scale up delle pratiche? Le condizioni, e gli attori abilitanti, riguardano ad esempio:

  a. le politiche pubbliche in generale, intese come indirizzi, piani, programmi, regolamenti, indicazioni specifiche, incentivi e disincentivi. Ma anche prassi, sperimentazioni e partnership pubblico-privato;
  b. gli attori della finanza, che possono mobilitarsi per una finanza ad impatto, sviluppando servizi, anche sperimentali, quali i fondi di garanzia, gli impact bond, gli strumenti di microfinanza e quelli di social venture capital;
  c. le grandi imprese che attraverso le attività caratteristiche possono mettere a disposizione asset intangibili e materiali a favore di innovatori dal basso, migliorando la propria capacità di innovare, la posizione competitiva, l’attrattività per i talenti, la flessibilità, la qualità del capitale umano;
  d. gli spazi fisici (indoor e outdoor) che, ricreando situazioni di prossimità e densità, facilitano processi di innovazione, accelerano la validazione di prodotti e servizi, permettono una positiva emulazione e collaborazione competitiva. Chi mette a disposizione gli spazi, a quali condizioni, con quali vantaggi?
  e. le regole che dovrebbero permettere l’emersione dell’informale e lo sviluppo delle esperienze più ibride, lo spontaneismo e l’autorganizzazione;
  f. la scuola e il sistema educativo in generale, che necessita di una manutenzione straordinaria e, allo stesso tempo, è un formidabile giacimento di futuro;

Queste ed altre condizioni/attori abilitanti possono essere mobilitati e attivati in una sorta di co-evoluzione, anche sperimentale, che permetta di creare delle vere e proprie piattaforme abilitanti, di media o grande scala, possibilmente in ambiti spaziali definiti, un insieme di “demo zone”.

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