E se il black bloc arriva in Blablacar

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Una sera di maggio ci troviamo con i soliti quattro amici ai tavoli del Picchio, un bar tabacchi uscito dagli anni ’70, dove ancora si sente l’eco di infinite discussioni anti-sistema. A poche ore dalla performance dei black bloc – perfetta messa in scena al contrario dell’Arte della guerra del generale Sunzi – i nostri pensieri sono avidi di provocazioni, ma anche di risposte su quanto accaduto e sulle ragioni di una contestazione globale che viene da lontano.
La critica al sistema, «sì, va bene», l’ipocrisia di Expo che non affronta il tema della nutrizione e della sostenibilità ma si presenta come un grande supermercato per una gita domenicale in tuta, «sì, in effetti», l’assenza di un movimento che fino a Genova portava in piazza dei SI e non solo dei NO, «sì, ho capito, ma ci hanno presi a manganellate!», la forza del modello capitalistico in grado di riciclarsi sotto mentite spoglie. «No, aspetta, ferma un attimo, cosa intendi esattamente?».
«Tutta questa retorica sulla sharing economy, i servizi collaborativi, le innovazioni digitali accessibili a tutti. Ma quale superamento del sistema capitalistico! Non è altro che un modo di arricchire quattro genietti usciti dalla Silicon Valley o Alley (NYC). Non li avete visti spaparanzati sui loro yacht, mentre quei poveracci degli autisti di Uber guadagnano pochi dollari al giorno? E poi scusate, Blablacar, non crea ricchezza, non crea lavoro, che fine faranno i taxisti? Se tutti smettessero di usare i treni le ferrovie fallirebbero o costerebbero ancora di più. Airbnb sembra tanto bello e democratico, ma che ne sarà delle agenzie immobiliari e degli albergatori di professione? Magari il consumatore crede di averci guadagnato, ma chi ci guadagna davvero sono questi quattro che non pagano le tasse in nessun paese e che si arricchiscono grazie ai costi di intermediazione. Questa non è Nuova Economia, è la trasformazione di un sistema che si è inventato il modo di riciclarsi, di creare lavori sottopagati, se non di distruggerne, di abbassare i costi di produzione chiedendo ai consumatori di partecipare apportando proprie risorse. Ci perderemo tutti, vedrete tra qualche anno i tassi di disoccupazione e di concentrazione della ricchezza…».
«No, piano, ma di che stiamo parlando?». Io non so come si svilupperà il sistema nei prossimi decenni, come verrà gestito il cambiamento, quali saranno i prodotti e i servizi in grado di offrire opportunità di lavoro e reddito, quali saranno le specializzazioni e i vantaggi comparati dei paesi come l’Italia, ma sono certo di quale sia il valore aggiunto di queste innovazioni e di questi modelli di consumo. E per semplificare il ragionamento, non privo di complessità, sottolineo solo alcuni principi che stanno alla base delle pratiche di condivisione e che rappresentano dei valori in sé, a prescindere dalla loro capacità di determinare una trasformazione profonda del sistema capitalistico. Perché alla fine sono i comportamenti che determinano la produzione, lo scambio, il consumo. È dalle nostre scelte come individui, prima ancora che consumatori e lavoratori, che dipendono gli assetti socio-economici.

I principi che rendono dirompenti queste innovazioni per me sono l’efficienza, l’accessibilità e la reciprocità.

Si potrebbe prendere come esempio il sistema Sardex, un circuito economico alternativo che valorizza il capitale sociale diffuso per offrire a imprese e negozianti opportunità di crescita con strumenti di pagamento e di credito complementari. Il funzionamento è abbastanza semplice.
Ogni impresa nel circuito ha un conto in sardex (1 sardex = 1 euro) con saldo iniziale pari a zero che non può essere integrato con altri versamenti in euro. Gli acquisti e le vendite di beni e servizi tra partecipanti alla rete vengono contabilizzati sul conto che permette di “andare in rosso”.
Con questo sistema si riesce a ottenere una maggiore efficienza dettata dal minor ricorso alla liquidità e dall’eliminazione dei tassi di interesse (le compensazioni sono a somma zero, senza alcun costo del denaro). Dal punto di vista dell’accessibilità, Sardex offre a coloro che sono esclusi dal credito bancario la possibilità di ottenere risorse, supportando la loro attività e la loro presenza all’interno di mercati altrimenti irraggiungibili. Da ultimo, Sardex favorisce la reciprocità dello scambio poiché se i partecipanti alla rete non si riconoscessero come pari e non si dessero fiducia l’un l’altro, la storia di questo rivoluzionario progetto, non sarebbe nemmeno cominciata.

Un altro esempio è quello di è nostra, un modello di condivisione applicato all’energia da fonti rinnovabili.
Oggi l’utente medio paga una bolletta per la luce che consuma. Non si preoccupa di come viene prodotta l’elettricità, non sa quanto e cosa paga realmente, non sa a chi andranno i margini di profitto sul suo consumo, non sa chi sia il produttore, non sa chi siano gli abitanti di quelle comunità dove sono localizzati gli impianti (magari La Spezia, Brindisi, Civitavecchia, Savona,… solo per citare alcuni dei contesti in cui la combustione di fonti fossili determina ancora oggi gravi danni all’ambiente e alla salute).
Domani applicando un modello di energia condivisa, l’utente sarà in primo luogo socio e non più solo cliente dell’impresa che fornisce energia elettrica. Avrà totale accesso alle informazioni, potrà sapere come viene formulato il prezzo al consumo, decidere in assemblea se distribuire ai soci eventuali margini, avere piena visibilità su impianti e produttori da cui viene acquistata l’elettricità, avere la certezza che si produce quanto è necessario al consumo senza sprechi e senza profitto. In alcuni casi potrà appartenere alla comunità in cui è localizzato un impianto e potrà anche partecipare come produttore con una quota di investimento.

Dove sta la differenza?

Sta nell’efficienza dei costi con cui si produce e si distribuisce l’energia: garantire l’attività di fornitura senza prevedere costi di intermediazione e soprattutto senza l’obbligo di aggiungere un mark-up sul prezzo di vendita perché è un’impresa che non ha lo scopo di fare profitto.
Sta nell’accessibilità degli utenti alla gestione condivisa di un servizio di pubblica utilità, con un meccanismo di prezzo che permette di pagare meno l’elettricità al crescere del numero di soci. Con il venire meno del Servizio di maggior tutela, quale operatore potrà garantire trasparenza, tutela ed eticità se non quello gestito e controllato dagli utenti stessi?
Sta nella reciprocità di un rapporto alla pari tra utenti, consumatori e produttori, che si incontrano per costruire relazioni fiduciarie basate sulla mutualità e sul rispetto reciproco. Rapporti economici, si, che prevedono uno scambio, ma che alla pura vendita di un prodotto (scambio di mercato) associano la creazione di reciproca utilità (reciprocità).

Non so se queste e altre iniziative basteranno a trasformare il sistema, ma di certo ci offrono un’opportunità, una scelta in più per poter cambiare le cose in prima persona per evitare di scendere in piazza senza sapere da che parte stare.

(Davide Zanoni)

Category:
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