Imprese di comunità: sfide dalle pratiche e temi di riflessione

By Carolina Pacchi 3 anni agoNo Comments
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Imprese Comunità

Imprese Comunità

Il workshop su imprese di comunità che si è tenuto ad Avanzi alla fine di settembre (con Paola Briata, Politecnico di Milano; Flaviano Zandonai, Euricse; Paola Casavola, DPS MISE; Gianluca Ruggieri, Retenergie; Alessandro Coppola, Comune di Roma), ha rilanciato il dibattito e messo a fuoco in modo più puntuale alcune sfide che chi si occupa di impresa di comunità in Italia ha oggi di fronte.

In primo luogo, è stata messa in evidenza la molteplicità di esperienze e di soggetti che vengono richiamate da questa ampia definizione:  dalla presa in carico di beni comuni, alla rigenerazione urbana, alla fornitura di servizi collettivi, da parte di soggetti che vanno da cooperative di produzione e consumo a gruppi di cittadini e associazioni. Questa molteplicità ha a che vedere con la densità semantica del concetto di comunità, sfuggente e difficile da circoscrivere, e porta con sè la mancanza di uno statuto giuridico chiaro e univoco.

Il concetto di comunità, che sta alla base e al centro di queste sperimentazioni, può avere un’accezione chiusa e riferirsi a un gruppo circoscritto, definito da qualche carattere a priori, oppure avere, come in questo caso, un’accezione più aperta e per così dire progettuale: nel caso dell’impresa di comunità, è comunità quel gruppo di persone che si riconosce in un obiettivo comune, ed è quindi, piuttosto, una comunità di interessi, di pratiche, appunto di progetto, localizzata in un o meno territorio.

Per quanto riguarda la formalizzazione, è importante e fertile guardare alla sostanza dell’impresa di comunità, indipendentemente da come sia giuridicamente definita: un’iniziativa dal basso, in cui una molteplicità di soggetti, a volte utenti, in generale finanziatori, compartecipano non solo al lancio di un progetto comune, ma al disegno e al mantenimento di un’infrastruttura organizzativa in grado di durare nel tempo, l’impresa, che mette la comunità al centro della propria mission e del proprio modello di business.

Nella relazione tra comunità e bene comune si apre un’altra tensione, potenzialmente fertile e generativa: qual è infatti il passaggio concettuale tra produzione e fornitura di beni e servizi alla propria comunità di riferimento (comunque definita, non necessariamente in termini di radicamento territoriale locale) e promozione dell’interesse comune? Il passaggio da una dimensione locale, che contraddistingue ad esempio i molti esempi di imprese di comunità che si occupano del riuso di edifici abbandonati per produrre servizi sociali e culturali, ad una dimensione di interesse comune, che è al centro ad esempio delle sperimentazioni nella produzione e distribuzione di energie alternative, non è immediato né lineare.

Ancora, sempre a partire da questi casi, emerge un altro tratto di grande interesse, quello che un relatore ha definito ‘abusivismo sociale’: nelle nostre città, ma il fenomeno non è necessariamente solo urbano, una molteplicità di gruppi e iniziative dal basso forniscono di fatto beni e servizi lasciati scoperti da altri operatori, pubblici o di mercato, ma lo fanno al di fuori di un perimetro formale, a volte addirittura in modo illegale. La formalizzazione e l’istituzionalizzazione di queste pratiche allora non hanno solo a che vedere con la forma giuridica in senso stretto (impresa, cooperativa, associazione, …), quanto con il senso che queste sperimentazioni assumono, e con la possibilità di consolidarle, irrobustirle, eventualmente diffonderle, piuttosto che irrigidirle con requisiti formali.

Questo aspetto ci porta a un altro punto cruciale: la relazione/le relazioni che si possono stabilire tra imprese di comunità e altri soggetti, operatori di mercato, proprietari immobiliari, associazioni e mondo del terzo settore, e in particolare con il decisore pubblico, ai diversi livelli. Se sembra tutto sommato corretto immaginare per un’amministrazione pubblica un ruolo di capacitazione, in grado di creare le condizioni abilitanti e rafforzare queste iniziative dal basso, ci possono essere situazioni in cui la complessità dei temi e dei dispositivi in campo, e del montaggio progettuale possono richiedere un ruolo più forte, quasi di regia, che viene però visto dalle imprese di comunità come una sorta di invasione di campo. Non sono infatti poche le occasioni, sia in Italia che all’estero, in cui percorsi di rigenerazione urbana e fornitura di servizi locali sono stati avviati dalle imprese di comunità a seguito di un conflitto, e quindi come forma di mobilitazione in opposizione a decisioni pubbliche non condivise. E’ quindi molto importante sottolineare e mantenere una chiara distinzione di ruoli, anche a fronte di percorsi collaborativi.

Guardando alle sfide aperte, si aprono allora diversi campi di lavoro possibile: un’attività di ricerca azione sul campo, in grado di restituire un’immagine più a fuoco delle sperimentazioni in corso (agite da cooperative, gruppi di cittadini, altri soggetti) che possono indicarci che cosa è, come si articola e di che cosa si occupa l’impresa di comunità in Italia oggi, e di condurre anche alla proposta di una sorta di marchio, applicabile a casi e contesti differenti, che condividono però alcuni principi di base; a partire da questa, la condivisione di una carta di questi stessi principi, in grado di mettere in luce gli elementi propulsivi e in qualche modo irrinunciabili nella diversità di esperienze. Entrambi percorsi sui quali è opportuno mettere al lavoro l’intelligenza collettiva di chi ha a cuore questi percorsi di sperimentazione.

 

 

 

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